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Conoscere il pensiero di Gaetano Filangieri

Il filosofo che sognava la felicità per tutti gli uomini

Un grande illuminista d’avanguardia, moderno, utopista e visionario di dimensione internazionale. Il suo pensiero ha influenzato i Padri della Costituzione 

americana ma è ignorato dai più e anche alquanto dimenticato. Gaetano Filangieri è una figura che, dopo più di due secoli dalla sua morte,  merita indubbiamente di essere riscoperta e valorizzata.Ha scritto, giustamente, Adriano Giannola, professore di Economia Bancaria all’Università Federico II di Napoli, che: «Filangieri è una figura di primo piano nell’Europa della seconda metà del Settecento: riceve a più riprese Goethe e intrattiene rapporti con il fior fiore dell’intellettualità europea. I suoi lavori vengono tradotti in molte lingue straniere (Venturi 1962). La sua opera principale, La scienza della legislazione, è una costruzione intellettuale lucidamente utopica e al contempo tecnicamente raffinata e moderna; tra l’altro, essa mette in rilievo l’interdipendenza delle leggi della politica e dell’economia, delinea un’analisi del sistema economico di impronta fortemente fisiocratica, aperta alla concorrenza e al libero scambio, e individua per l’Europa e per Napoli l’urgenza di una radicale riforma agraria».

Nato a Cercola (Napoli) il 18 agosto del 1752 da nobile famiglia (il padre principe e la madre duchessa) e spentosi per tisi a soli 36 anni l’11 luglio del 1788, il Filangieri, giovanissimo, mal sopportava la pedanteria dei suoi insegnanti (allora si diceva: precettori), tanto che i genitori dissero, rassegnati, al precettore Luca Nicola De Luca, un ecclesiastico aperto alle novità, «che poco o nulla curato si fosse di lui, poiché dimostrava sì poca inclinazione alle lettere, che altra speranza non rimanea che di consegnarlo a Marte». Il precettore, però, rimase impressionato dalla vivace intelligenza e dalle grandi potenzialità dell’allievo.

In seguito, il Filangieri fu, infatti, avviato alla carriera militare ma da essa si dimise per dedicarsi completamente alle discipline giuridico-economiche. Il suo spiccato spirito riformista e soprattutto le sue aspirazioni in tal senso subirono una forte delusione quando, nel 1776, il ministro Bernardo Tanucci fu esautorato. Il disagio che il Filangieri provava negli ipocriti ambienti di corte fu tale che, in una lettera a Friedrich Münster del 1787 scrisse con amarezza: «La mia vita molto ritirata non mi garantisce del contatto degli ippocriti e de’ malvagi di professione». Non solo ma, nel 1782, in una missiva, manifestò all’amico Benjamin Franklin l’idea-volontà di lasciare Napoli per andare a vivere in Pennsylvania, a Filadelfia, l’utopistica città dei fratelli: il suo sogno era partecipare alla creazione di quell’ordine ideale-utopistico che era alla base della sua maggiore opera La Scienza della legislazione. Il suo spirito riformista e il suo utopismo lo portavano ad andare al di là della realtà effettuale (come direbbe il Machiavelli) per guardare in avanti e oltre, tanto che fu tra gli ispiratori, in Calabria, di una nuova Filadelfia sulle rovine del villaggio di Castelmonardo, che era stato distrutto nel 1783 da un terremoto. Si trattava (come ha scritto la studiosa Elena Cuomo) di una grande avventura massonica (e, sarebbe meglio dire, illuministica) nella quale antropologia, politica e urbanistica si trovavano a convergere per realizzare, nella Magna Grecia, una città dei fratelli gemella di quella fondata da William Penn nel Nuovo Mondo.

A questo punto, occorre storicizzare, contestualizzare questo spirito riformista e utopistico del Filangieri. E qual è il contesto storico-culturale in cui vive e opera il grande giurista? Il contesto è quello dell’Illuminismo ovvero dell’Età dei Lumi o della Ragione che vide più di un cosiddetto despota illuminato (Federico II di Prussia, Caterina la Grande di Russia, Maria Teresa d’Austria) chiamare a corte i più grandi illuministi del tempo, i philosophes, presso le loro corti, per farsi consigliare in merito alle riforme necessarie nell’amministrazione dello Stato moderno e nelle sue più importanti istituzioni. Lo Stato in cui visse e operò il Filangieri era il Regno di Napoli (poi Regno delle Due Sicilie) governato assolutisticamente dal re Ferdinando IV di Borbone, uno Stato in cui dilagava la corruzione, nel quale erano ancora forti i residui di feudalesimo e nel quale erano profonde le disuguaglianze socio-economiche dei sudditi e grande la separazione, la distanza tra élites al Potere e popolo, tra quello che, con linguaggio moderno, si definiscono paese legale e paese reale. Il liberaldemocratico e antischiavista Filangieri si rendeva perfettamente conto che uno Stato del genere andava profondamente riformato perché una generale riforma nei vari settori della vita politica e amministrativa era nell’interesse del popolo ma anche dello stesso sovrano, in quanto uno Stato ben amministrato secondo giustizia ed equità ha come risultato finale il buon rapporto di fiducia (la fiducia pubblica) tra governanti e governati, facendo sì che i governati si riconoscano nello Stato e nelle sue istituzioni e non si sentano, invece, estranei e indifferenti nei confronti di una realtà vissuta come ostile. Posizione, questa, assolutamente moderna come moderno era tutto il pensiero di Filangieri, che è certamente da considerare uno dei padri del diritto e della legislazione moderna.

Dunque, spirito riformista, quello del Filangieri, e spirito utopisticamente illuminista.  E che cos’era l’Illuminismo, del quale il Filangieri fu uno dei massimi esponenti italiani? Era un movimento culturale che aveva le sue radici filosofiche in Inghilterra, nell’empirismo di Locke e Hume e nel razionalismo francese (Cartesio) e che ebbe il suo centro di maggiore sviluppo e di irradiazione nella Francia intorno alla metà del ‘700. Si proponeva di liberare gli uomini dall’ignoranza, dalla superstizione e dall’oscurantismo attraverso i lumi della ragione.Per il filosofo tedesco Kant  l’Illuminismo era l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità dovuto a se stesso per non aver usato la ragione, l’intelletto. Perciò il motto degli illuministi doveva essere: Sapere aude, cioè abbi il coraggio di usare l’intelletto, la ragione, la sola che può consentire di poter camminare con le proprie gambe e far diventare l’uomo maggiorenne.Gli illuministi, nelle loro indagini, partivano dal mistero e dall’oscurità per giungere, attraverso i lumi della ragione alla verità e rivelarla. 

L’Illuminismo era una filosofia ottimista e quindi esaltava la ragione umana, il dato concreto e positivo, la filosofia, la scienza (scientismo) e non si poneva problemi di tipo metafisico, cioè astratti; esaltava, inoltre, il progresso, la felicità,  l’eguaglianza, la libertà, la tolleranza, la fratellanza, l’amore per il proprio simile (filantropismo), l’uomo e il suo essere al centro del mondo e cittadino del mondo (cosmopolitismo). L’Illuminismo proponeva una visione laica della vita e, in merito alla cultura e alla conoscenza, era per la diffusione del sapere, un sapere che doveva essere utile a un pubblico più vasto possibile e, pertanto, esaltava lo spirito critico e la ricerca della verità, per cui a prevalere doveva essere lo spirito di demistificazione e dissacrazione, di smascheramento  e denuncia. Si trattava, quindi, di una concezione democratica ed egualitaria della cultura. Altri caratteri della cultura e dell’intellettuale illuminista furono l’enciclopedismo, l’eclettismo e anche il relativismo culturale,  per cui si guardava con tolleranza e rispetto a chi la pensava diversamente. Gli illuministi avevano ripreso il discorso iniziato dagli intellettuali del Rinascimento e della Rivoluzione Scientifica (tra 1500 e 1600) basato sul dato concreto, sull’esperienza e il metodo  induttivo. Le loro idee saranno contestate dai romantici in nome dei diritti della fantasia, dell’immaginazione, del sogno, dei sentimenti, ecc. e saranno, invece, riprese e sviluppate dai positivisti a partire dalla metà dell’800. 

Con l’Illuminismo si affermò un tipo di culturamilitante. Pertanto, in merito al ruolo dell’intellettuale, si tendeva a sottolineare il carattere impegnato dei philosophes cioè l’impegno  politico, sociale, civile. Per l’Illuminismo  la  ragione era facoltà naturale presente in ogni uomo, nel dotto e nell’ignorante, nel bambino come nel selvaggio. Di qui la concezione democratica ed egualitaria del sapere. La pubblicazione della grandiosa Enciclopedia, diretta da Diderot e d’Alembert, fu funzionale a questa complessa visione del mondo e della cultura e proprio al fine della divulgazione del nuovo e rivoluzionario sapere. Infatti, la letteratura era concepita non come accademica  ma come strumento di propaganda, di lotta e di liberazione al servizio della libertà, della verità, della giustizia e del progresso. Non mezzo di evasione dalla realtà, dunque, ma qualcosa di attivo, calato nel reale, nella vita di tutti i giorni; una letteratura  svincolata dai valori obsoleti della mentalità aristocratica e capace di interpretare invece i nuovi ideali e valori della borghesia in rapida ascesa.

Nasceva, si affermava allora la satira di costume: castigat ridendo mores. Il teatro satirico si proponeva di correggere i costumi deridendoli (Jean de Santeuil). Non va dimenticato che fu nei decenni in cui  dominarono le idee illuministiche che nascevano, in Inghilterra per prima, il romanzo moderno,  il giornalismo e i primi giornali e, quindi, quella chiamiamo opinione pubblica.

In economia prevalsero il liberismo (dottrina della libera iniziativa privata, della libera circolazione di merci, della limitazione dell’intervento dello Stato nella direzione economica,  basata  sul laissez-faire, laissez passer, si dirà, poi, nell’800) e la fisiocrazia(dottrina liberista che faceva consistere la ricchezza di un paese nell’agricoltura, nella terra, nella natura). In politica, invece, si facevano strada le idee liberali e democratiche (il liberalismo e la democrazia che si affermeranno nell’800). 

L’Illuminismo fu l’unico movimento culturale e filosofico che, dopo lo Stoicismo greco, fece del tema della felicità uno dei suoi punti fondamentali, tanto che Denis Diderot affermava che: Non vi è che un solo dovere: quello di essere felici. E il Filangieri affermò, con forza, dal canto suo, il diritto alla felicità per gli esseri umani. L’Illuminismo, come lo Stoicismo, era per il cosmopolitismo, come già accennato, cioè concepiva il mondo come patria degli uomini e l’uomo doveva sentirsi cittadino del mondo, la sua unica e vera patria, e il Filangieri si sentiva cittadino del mondo e concepiva il mondo come la vera patria degli uomini.

Si afferma che l’Illuminismo fu antistoricista: gli illuministi pensavano che il passato, la Storia che c’era stata fino a quel momento bisognava, diciamo così, azzerarla, bisognava fare tabula rasa e ripartire daccapo perché era solo così che sarebbe iniziata  la Nuova Storia. È in questo senso che possono essere definiti antistoricisti, perché se è vero che la Storia è progresso, svolgimento, continuo divenire, allora essi non furono contro la storia: volevano solo che iniziasse un nuovo grande capitolo della Storia dell’umanità, con un homo novus che avrebbe operato in base ai valori e agli ideali illuministici che, a ben vedere, sono anche dei sentimenti. Per questo non è giusta l’affermazione più volte ribadita secondo cui l’Illuminismo sacrificò i sentimenti al realismo materialista e anche ateo (si pensi, per es., ad Holbach). Se la felicità, il benessere degli uomini era uno dei cardini del pensiero degli illuministi come si fa a negare che esso, oltre ad essere un ideale, è anche un sentimento? La stessa cosa si potrebbe dire per il forte senso della libertà dell’individuo che avevano i philosophes: la libertà è un valore, un ideale ma è anche un sentimento, un sentire. Lo stesso vale per grandi valori-ideali come fratellanza, tolleranza, uguaglianza (termine carissimo al Filangieri) e filantropismo, l’amore per gli esseri umani. Del resto, a sostegno, potremmo far notare come uno dei più grandi illuministi, Jean-Jacques Rousseau fu anche uno dei più grandi pensatori preromantici, cioè di quelli che esaltavano i sentimenti da opporre alla imperante ragione illuminista. 

Molte delle idee dell’Illuminismo saranno alla base della Rivoluzione Francese del 1789, destinata a cambiare il volto dell’umanità insieme alla Rivoluzione Industriale inglese e a far deflagrare la Modernità, con tutte le conseguenze che poi ci saranno nel bene e nel male.

Un’ultima annotazione. L’Illuminismo italiano fu essenzialmente milanese (i fratelli Pietro e Alessandro Verri, Cesare Beccaria per citare i più famosi) e napoletano. A Napoli i più importanti furono Antonio Genovesi, Ferdinando Galiani e, appunto, Gaetano Filangieri. Altri pagheranno anche con la vita per aver aderito al sogno-utopia di una rivoluzione alla francese per la creazione di una Repubblica Napoletana basata sui principi dell’Illuminismo e di quelli esposti dal Filangieri, come, per es., Mario Pagano, giurista e filosofo.

E, dunque, lo straordinario Filangieri ebbe durante tutta la sua breve vita pochi ma essenziali, fondamentali punti, ovvero principi, valori, ideali che non sono altro che sentimenti irrinunciabili, quelli per i quali si può e si deve  anche morire per vederli realizzati: la felicità, l’uguaglianza, la fratellanza, la libertà e la giustizia che può derivare da un sistema e da un’organizzazione statuale fondata su quei principi. Il Filangieri ne era profondamente convinto e lo scrisse e ribadì con forza nelle sue opere: Riflessioni politiche su l’ultima legge del sovrano, che riguarda la riforma dell’amministrazione della Giustizia, Morale de’ legislatori e, soprattutto,nel suo capolavoro cioè La scienza della legislazione. Con quest’opera il Filangieri ebbe un’enorme influenza sulle idee dei rivoluzionari francesi del 1789, soprattutto in merito ai principi della Costituzione che poi scriveranno e consegneranno alla Storia e, prima di loro, sui rivoluzionari americani che avranno presenti il suo pensiero quando andranno a vergare gli articoli della loro Costituzione, la quale (ed è cosa, questa, che non tutti sanno) è stata la prima di carattere illuminista. La prima Costituzione basata sui principi dell’Illuminismo non fu quella francese, come spesso si è creduto e si crede, ma quella americana. E non è un caso che gli illuministici, avanzati pensieri del Filangieri furono fatti propri dai Padri della Patria americana, primo fra tutti Beniamino Franklin con il quale il Nostro ebbe un importante e appassionato carteggio. Si dice che l’ultima missiva dell’amico americano era accompagnata da una copia della Costituzione degli Stati Uniti, ma il Filangieri non ebbe la fortuna di vederla con dentro i suoi utopistici pensieri perché era appena venuto meno e, dunque, a Franklin avrebbe risposto la vedovaCharlotte Frendel, la giovane nobile ungherese che aveva sposato nel 1783. 

Essendo vicino alla Massoneria, al Filangieri fu dedicata, dopo la sua morte, una messa massonica dalle logge napoletane di rito inglese. Così, nel 1799, il 1° giugno, verso la fine della generosa Repubblica Napoletana, alla memoria del Filangieri venne dedicata una solenne messa nella Sala di Istruzione, ma questo episodio sarà pagato caro dalla sua famiglia. Infatti, le autorità borboniche la costrinsero all’esilio in Francia. Qui, nell’ottobre del 1800, i figli e la vedova furono adottati dalla Repubblica e Napoleone Bonaparte, primo console, rese omaggio al Filangieri definendolo «ce jeune homme, notre maître à tous», maestro di tutti noi. Una frase che ci fa capire quanto, già allora, il Filangieri – «ape operosa» come lo definì l’abate camaldolese Isidoro Bianchi – fosse stimato e rispettato nella Francia illuminista e rivoluzionaria. 

“La Scienza della legislazione”

La Scienza della legislazione, pubblicata per la prima volta in due tomi nel 1780, era nata, illuministicamente, come un’opera che intendeva essere d’ausilio all’attività del ministrofilosofo Bernardo Tanucci, uomo aperto alle novità e alle riforme, e per il Filangieri la sua opera doveva essere, in sostanza, «la filosofia in soccorso de’ governi»: il pensatore della scienza giuridico-economica si poneva generosamente al servizio del potere politico del regno dei Borbone per il nobile fine di svecchiarlo, riformarlo nell’amministrazione e nelle istituzioni più importanti per uno Stato moderno, al fine di poterlo rendere, in tal modo, più funzionale e soprattutto più giusto per gli amministrati, cioè per i sudditi che, per il Nostro, sono dei cittadini che hanno, illuministicamente, diritto alla felicità e all’uguaglianza.

Abbiamo già detto che il Filangieri era un illuminista d’avanguardia e che il suo spirito riformatore era tipico dell’Illuminismo e, come tutti i più grandi illuministi, era un sognatore, un visionario, un utopista che, pur operando in uno Stato assolutista come quello del Regno di Napoli, riuscì a guardare oltre e a proiettare il suo sguardo verso il futuro, verso i decenni e i secoli a venire. Egli aderì alla massoneria di rito inglese ed ebbe il ruolo di Gran maestro e questo gli consentì di entrare in una notevole rete di relazioni in Europa e nel Nuovo Mondo. Importante fu la relazione epistolare con Beniamino Franklin, il quale ricevette, a più riprese, l’opera del suo amico tramite Luigi Pio, segretario dell’ambasciata del Regno di Napoli in Francia. Franklin considerava il lavoro del Filangieri una vera e propria ricchezza, un testo-base a cui ispirarsi sia per la stesura della legislazione criminale in Pennsylvania sia per quella più importante che riguardava l’elaborazione dei principi fondamentali della Costituzione federale degli Stati Uniti d’America, la quale – come si è rilevato – fu la prima della storia a fondarsi sui grandi valori e ideali dell’Illuminismo. 

Il capolavoro del Filangieri, essendo troppo in anticipo con i tempi, fu avversato dagli ambienti più retrivi e conservatori del Regno di Napoli (feudatari, nobili ed ecclesiastici) e, pertanto, la sua opera fu condannata nel 1784 dalla Congregazione dell’Indice come un libro da proibire. Fu, però, apprezzata all’estero e in Italia dalla cultura illuministica più lungimirante e militante come lo era il nostro autore. Infatti, ottenne testimonianze di grande apprezzamento da parte di autorevoli contemporanei come il già citato Bianchi e Pietro Verri che scrisse di aver «sentito la voce di Ercole nelle pagine della Scienza della legislazione». In Europa l’opera guadagnò l’encomio della Società economica di Berna (che era un noto centro di cultura fisiocratica) e fu tradotta in tedesco nel 1784, in francese nel 1786, poi in spagnolo e, in versione parziale, anche in russo e svedese. 

Per renderci conto della modernità e dell’assoluta novità del progetto filangieriano per l’oggi e per il domani, e per ogni Stato, vediamo cosa scriveva  nell’Introduzione al Libro I della sua opera: «Quali sono i soli oggetti che hanno fino a questi ultimi tempi occupato i sovrani di Europa? Un arsenale formidabile, un’artiglieria numerosa, una truppa ben agguerrita, […] calcoli […] diretti […] alla soluzione di un solo problema: trovar la maniera di uccidere più uomini nel minor tempo possibile […]. È più di mezzo secolo che la filosofia declama contro questa mania militare […]. La scena si è mutata […], le buone leggi sono l’unico sostegno della felicità nazionale […]. Il popolo non è più schiavo, ed i nobili non ne sono più i tiranni […]. Per questo fine la filosofia è venuta in soccorso dei governi […]. Tutto è mutato. […] L’Europa […] per undici secoli il teatro della guerra e della discordia […] oggi è divenuta la sede della tranquillità e della ragione […] ma niuno ci ha dato ancora un sistema compiuto e ragionato di legislazione, niuno ha ancora ridotta questa materia ad una scienza, unendo i mezzi alle regole, e la teoria alla pratica. Questo è quello che io intraprendo di fare in quest’opera, che ha per titolo La Scienza della Legislazione».

Basta con gli arsenali di guerra, sembra dire il Filangieri, basta con il pensare soltanto alla reciproca distruzione da parte degli Stati  attraverso il perfezionamento degli strumenti di morte: nell’epoca dei Lumi e della Ragione la Filosofia cessa di essere qualcosa di astratto e, in opposizione all’ideologia della morte e della forza militare che tutto annienta,  si mette al servizio delle nazioni, dei governi e dei popoli per la loro felicità, perché essi non siano più schiavi ma liberi. Oggi, però, l’Europa vuol essere un luogo di serenità e di razionalità e non più di irragionevole guerra e discordia tra i popoli. Per questa nuova Europa che vuole la felicità e il benessere dei suoi popoli occorre, pertanto, un nuovo razionale e ben definito sistema di legislazione, una vera e propria scienza giuridica ben fondata in cui forte sia il nesso tra mezzi, regole e teoria e pratica. Ed è questo grandioso sistema che finora è mancato che io intendo realizzare con la mia opera… 

Sembra incredibile ma nelle parole appassionate del Filangieri a noi pare che sia racchiusa la visione di un’Europa dei popoli che sarà quella che i padri dell’Europa del Novecento hanno sognato nel Secondo Dopoguerra. Quindi, con due secoli di anticipo, il Filangieri sognava un’Europa in cui i popoli fossero governati da leggi razionali fondate sui principi liberaldemocratici diretti al benessere, alla felicità e all’uguaglianza sociale. Il suo progetto si articolava in sette libri: Regole generaliLeggi politiche ed economicheLeggi criminaliEducazione, costumi e istruzione pubblicaReligioneProprietàPatria potestà e buon ordine delle famiglie. Il tutto svolto su base scientifica e su principi che rappresentano «la base dell’edificio che si vuole innalzare», ovvero il principio di conservazione e di tranquillità: «questo è il primo dato e questo e non altro è l’oggetto unico ed universale della scienza della legislazione» (Libro I, 1780, Piano ragionato dell’opera). Questo perché, secondo il Filangieri, uno Stato che si regge su buone leggi dirette ad accrescere la felicità dei governati finisce per ottenere il duplice obiettivo del consenso del popolo e della continuità del potere statuale nella tranquilla e nella sana conservazione, evitando, in tal modo, possibili scosse, ovvero possibili sommosse popolari e sconvolgimenti sociali e politici. Dunque, Filangieri ricercava, per fissarli, i principi universali, validi per tutti e ovunque, e, nello stesso tempo, capiva che ogni situazione, ogni contesto statuale è a sé, per cui ci può essere la bontà relativa di una legge: «distinguere la bontà assoluta […] dalla bontà relativa» imponeva una regola fondamentale ovvero quella di distinguere «l’armonia che deve avere la legge co’ principi della natura, dal rapporto che essa deve avere con lo stato della nazione alla quale si emana […] sviluppando i principii più generali che deve avere ogni legge» (Libro I, 1780, Piano ragionato dell’opera). 

Secondo il Filangieri il progresso del sistema delle leggi e, quindi, di un’efficace legislazione, avrebbe portato all’incremento della felicità della nazione e dei singoli individui, obiettivo che doveva essere il fine principale dei governi fondati sulla giustizia sociale; e  comprendeva bene che, per realizzare tutto questo, occorreva che i governi si liberassero definitivamente da ogni residuo di feudalesimo e che si aprissero alle novità e alle riforme. La generosità e l’egualitarismo filangieriani erano certamente originali e disdegnavano il modello inglese del diritto alla proprietà (che per lui era sinonimo di egoismo) e, pertanto, la sua proposta – altamente etica – del diritto alla felicità spiccherà nella Dichiarazione di Indipendenza americana del 1776 insieme agli altri grandi principi-ideali di libertà, uguaglianza e fratellanza.

Per Filangieri le leggi della politica erano strettamente legate a quelle dell’economia e i loro oggetti principali erano la popolazione e le ricchezze che, se ben ridistribuite da chi governa, finiscono per realizzare la felicità nazionale. Egli sottolineava che «tutto è inutile per incoraggiare la popolazione quando non si tolgono gli ostacoli» per una sua adeguata crescita che deve essere accompagnata da una «equabile», cioè equa, distribuzione delle risorse (Libro II, 1780, cap. XXXV).

Insomma, il Filangieri, dall’interno della sua classe, quella aristocratica, fece una coraggiosa e corrosiva analisi del sistema socio-economico del Regno di Napoli che solo liberandosi dal feudalesimo, dai privilegi dei nobili e degli ecclesiastici e dall’arretratezza che ne conseguivano avrebbe potuto diventare un vero Stato moderno aperto alle novità che si stavano facendo strada con la Rivoluzione Industriale inglese che stava smantellando ogni residuo, ogni scoria di feudalesimo. Al Regno di Napoli, però, mancava una classe borghese come quella inglese e di questo certamente si avvide il Filangieri, il quale, tuttavia, cercò, disperatamente, di smuovere le menti più aperte alle novità con la sua straordinaria opera nella quale al centro della riflessione c’era il sistema statuale, politico-economico da riformare radicalmente se si voleva davvero uscire dal feudalesimo, dal mercantilismo che aveva dominato per più di due secoli e aprirsi alle nuove dottrine liberiste basate sulla libera concorrenza e il libero scambio delle merci, nonché alla fisiocrazia che imponeva una coraggiosa riforma agraria che avrebbe dovuto far aumentare i proprietari e farla finita con l’infruttuosa grande proprietà fondiaria e latifondista.

«Individuati gli ostacoli, è compito della legislazione trovare i mezzi per superarli e far fiorire, insieme all’agricoltura, l’industria, il commercio, il lusso, le arti […] divenuti i più fermi appoggi della prosperità dei popoli. […] Da che le ricchezze non corrompono più i popoli, poiché esse non sono più il frutto della conquista, ma il premio di un lavoro assiduo, […] le ricchezze, e i canali che le trasportano, sono con ragione divenuti il primo oggetto della legislazione: […] bisogna ben ripartirle, equabilmente diffonderle», (Libro I, 1780, Piano ragionato dell’opera): così scriveva il visionario e utopista Filangieri che aspirava generosamente a una «libera filantropia in libero mercato» sempre, ossessionato, dal tema della felicità dei singoli individui e di quella della nazione che rende uno Stato degno di questo nome.

Si potrebbe continuare ancora e per molte pagine ma l’economia di questo lavoro non lo consente. Preferiamo concludere con un pensiero del nostro autore che sembra racchiudere perfettamente tutto il suo spirito illuministico, riformatore, utopistico e visionario che fa di lui uno dei più grandi pensatori di tutti i tempi:«Finchéimalicheopprimonol’umanità nonsarannoguariti; finchéglierroriedipregiudizicheliperpetuanotroverannode’partigiani; finchélaveritàconosciutadapochiuominiprivilegiatisarànascostaallapiùgranpartedelgenere umano; finchè apparirà lontana dai troni; ildoveredelfilosofoèdipredicarla,disostenerla,dipromuoverla,d’illustrarla. Se i lumi che egli sparge, non sono utili per il suo secolo e per la sua patria, losarannosicuramenteperunaltrosecoloeperunaltropaese. Cittadinodituttiiluoghi,contemporaneoditutteleetà,l’universoèlasuapatria,laterraèlasuascuola, isuoicontemporaneiedisuoiposterisonoisuoidiscepoli», (La scienza della legislazione, libro II, 1780, cap. XXXVIII).

*Salvatore La Moglie, scrittore