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Cinque motivi per cui la psicologia sui social minimizza il suo ruolo

Perché la divulgazione terapeutica online rischia di diventare intrattenimento emotivo più che pratica di comprensione del sé

Sui social non sono certo una novità i consigli sul cinema e il glow up, sulla letteratura e sulla moda. Si tratta, in genere, di reel semplificati per ragioni di minutaggio, di fruibilità e di engagement. Ma, da qualche tempo a questa parte, hanno iniziato ad avere a tema anche la salute mentale.
Dal divanetto freudiano ai feed, la psicologia si sta trasformando in una pratica di mantenimento dell’immagine, più che di una reale esplorazione delle contraddizioni del sé.
Se la “giustezza” del percorso psicologico lungo, complesso e anche doloroso, non è messo in discussione, ci sono almeno cinque motivi per cui ascoltare “i consigli per affrontare l’ansia” è un appiattimento della materia.  

1. La perdita di capacità di attenzione. 

Numerosi studi segnalano un preoccupante calo della capacità di attenzione, come quello della Karolinska Institute e dell’Oregon Health & Science University, riportato da The Guardian (“Social media use damages children’s ability to focus”, 8 dicembre 2025) che mostra quanto l’uso dei social media sia sempre più associato a un aumento dei sintomi di disattenzione nei bambini. A differenza di TV, YouTube o videogiochi, il problema non è il tempo davanti allo schermo, ma la struttura dei social stessi: notifiche continue, interruzioni e stimoli costanti che frammentano la concentrazione.
In questo contesto, la discussione su come la psicologia online abbia imparato rapidamente la regola della “complessità che non funziona” appare abbastanza lampante: i processi di argomentazione diventano digeribili e fruibili da small talk e anche il linguaggio clinico subisce la stessa conseguenza; “narcisista” funziona meglio di “dinamica relazionale disfunzionale” o “trauma” per “esperienza emotivamente significativa ma non necessariamente patologica”.
La pop – psychology rende i suoi contenuti ottimizzati più per la massimizzazione dell’identificazione di più pubblico possibile che per l’accuratezza scientifica “mental health content is optimized for relatability, not accuracy”   (“Social Media and the Mental Health of Teens” The Atlantic, 2023) dove se non ti riconosci entro pochi secondi, scorri oltre.
Così, tutto è in formato verticale, semplificando esperienze complesse e rischiando di ridurre disturbi e vissuti reali a etichette superficiali.

2. Terminologia prêt-à-porter.

Altro preoccupante punto è sicuramente l’auto – diagnosi come forma di accettazione sociale: un paradosso dove non si soffre più ma si è qualcosa.
La Gen Z, che vanta la più ampia alfabetizzazione emotiva, ha iniziato ad usare tale linguaggio sensazionalistico come parametro di integrazione sociale. Termini come gaslighting, triggered o boundaries si diffondono sui social e diventano parte del linguaggio quotidiano, una therapy – speak, (“Why ‘TherapySpeak’ Is Everywhere, and What to Do About It”, 2025).
Si crea, così, una sovrastruttura di identificazione relazionale e allo stesso tempo, un modus operandi sistemico per discolparsi delle proprie inclinazioni.

3. Si evita il silenzio.

Una delle regole della psicologia è proprio questa, accettare anche che non si ha nulla da dire. Perché il silenzio è anche esso una forma di comunicazione. Ma, sui social, si ha necessità di “parlare”, di spiegare, raccontare e anticipare.Donald Winnicott, uno dei padri della psicoanalisi moderna, ricordava che la crescita avviene negli spazi non saturi, in ciò che non viene subito riempito. Il problema è che il vuoto: non monetizza.
Così il silenzio terapeutico viene sostituito da caroselli che spiegano cosa stai provando prima ancora che tu lo abbia davvero sentito. È una psicologia che non ascolta, ma pre-dice. E spesso sbaglia. Perché impedisce l’esperienza, offrendo subito la sua interpretazione.

4. Evita le difficoltà di un percorso.

“Explanation is not redemption”, scrive Zadie Smith. Capire perché sei fatto in un certo modo non ti libera automaticamente dalle conseguenze delle tue azioni. Questo principio sembra spesso ignorato dalla psicologia social, che offre soluzioni comodissime, con una velocizzazione ed evitamento delle tortuosità di un percorso.
In questo modo, il contenuto consolatorio sostituisce l’esperienza trasformativa, creando un’illusione di comprensione che può impedire di confrontarsi davvero con ambiguità, responsabilità e crescita personale.

5. Perché ha sostituito la relazione con il contenuto.

Online nessuno ti guarda, ci si riconosce ma nessuno viene visto realmente.
Il sociologo Hartmut Rosa parlerebbe di assenza di risonanza dove più che una risposta, si ha un “risuono”.
La funzione del terapeuta è quella di un creator per un paziente follower, e la cura si riduce a una sensazione temporanea di essere capiti da qualcuno che in realtà non sa chi sei.
Il linguaggio diffuso crea illusione di comprensione e solidarietà emotiva, ma senza richiedere il lavoro profondo di una relazione terapeutica reale. In pratica, si trasforma la relazione in un contenuto consumabile, dove la connessione autentica e la risonanza emotiva vengono sostituite da etichette virali e spiegazioni immediate, facilmente digeribili ma spesso superficiali.
“La vita è un’ombra che cammina” è una delle più belle citazioni di Macbeth e, volente o nolente, è anche un riassunto pragmatico dell’esistenza. È la presa di consapevolezza dell’impegno di preservare se stessi e di affrontarne le conseguenze.
Non serve citare Shakespeare, però, per affrontare l’oscurità della vita, ma ricorda quanto sia importante non rifuggire da sé stessi, anche quando nessun feed o carosello può indicarti la strada.
In fin dei conti, la psicologia online può essere utile perché introduce una grammatica, una struttura che stuzzica per avviarci a un percorso.
Il problema sorge quando si rende la salute mentale un format tra uno scrolling sui prodotti di skincare e uno su “come rimorchiare una ragazza”.

*Marco De Mitri, giornalista