VerbumPress

Un tesoro fuori porta

Gli antichi popoli preistorici del lago di Bracciano

La Preistoria è convenzionalmente definita come il periodo iniziale della storia umana, compreso tra le prime testimonianze della presenza dell’uomo e i più antichi documenti scritti, finisce quando gli uomini cominciano a lasciare traccia del proprio pensiero tramite la scrittura. Il suo studio è importante perché costituisce il fondamento delle nostre origini, ci permette di tracciare l’evoluzione dell’umanità, capirne l’adattamento all’ambiente, l’innovazione tecnologica e le dinamiche sociali primordiali, ci consente di comprendere le successive fasi. 

Tra la provincia di Roma e quella di Viterbo, esiste un territorio protetto che comprende numerosi piccoli centri come Campagnano, Manziana, Bassano Romano, Monterosi, Oriolo Romano e Sutri, Trevignano Romano, Anguillara, Bracciano, denso di cultura e tradizione, caratterizzato da un profondo rapporto tra cultura e Natura. Nel cuore del Parco Naturale Regionale di Bracciano- Martignano, nella località denominata “la Marmotta” di Anguillara Sabazia è stato scoperto il più antico insediamento neolitico fino ad oggi ritrovato in tutta Europa e in un eccellente stato di conservazione.

Il sito La Marmotta è venuto alla luce nel 1989 durante alcune ispezioni effettuate dalla Società ACEA, atte a porre sul fondale i tubi del nuovo acquedotto. I sub che perlustrarono il luogo, prima della posa delle tubazioni, scoprirono, a circa 350 metri dall’attuale riva, un deposito di materiale ceramico, pali infissi nel terreno e tavolati. Iniziarono così sistematici interventi di recupero e studio che hanno restituito la presenza di un villaggio sommerso dalle acque del lago abitato da popolazioni provenienti dal mare che nel V millennio a. C, risalirono il fiume Arrone, emissario del lago di Bracciano, per giungere e stabilirsi sotto quello che oggi è il promontorio del paese di Anguillara. 

Si trattava di popolazioni che avevano appena cominciato a praticare l’agricoltura, trasformandosi da comunità di raccoglitori a società stanziali fondate sull’agricoltura, sulla pastorizia e sulla pesca. Le fertili sponde del lago fornivano pesce da pescare, campi da coltivare a frumento, orzo e farro, conservati in spighe dentro grandi vasi a bocca larga, boschi dove cacciare cinghiali. Il villaggio era composto di capanne dai tetti in tavolato ligneo dove si pratica anche la lavorazione di ceramiche, ritrovate in gran quantità, forme e dimensioni, per gli usi più svariati e decorate con impressioni ottenute con il bordo della conchiglia di Cardium, con le cannucce, punteruoli, dita, unghie, chicchi di grano sul vaso ancora umido o con motivi incisi o graffiti sul vaso già sottoposto a cottura. 

Le datazioni calibrate al C14, sono comprese all’incirca tra il 5750 e il 5260 a.C. Molte sono le macine ed i macinelli rinvenuti che servivano alla macinazione delle granaglie. I dati arche zoologici attestano che i suini e gli ovicaprini erano per lo più uccisi in giovane età, mentre i bovini in età adulta ad indicare anche un loro uso nel lavoro dei campi e nel trasporto. Si coltivava anche lino e papavero da oppio; il primo per ottenere le fibre da filare per la tessitura degli indumenti e i semi nell’alimentazione anche sotto forma di olio; il secondo come alimento, olio e per il lattice utilizzato come sostanza medicamentosa e stupefacente, forse per pratiche di culto.

Il ritrovamento più sorprendente è stato quello di una piroga risalente a circa 8000 anni fa. Dapprima è stata individuata la poppa dell’imbarcazione che era adagiata sul fianco sinistro a circa dieci metri di profondità e che è risultata essere realizzata con un unico grande tronco di quercia. Al suo interno portava ancora tracce di lavorazione lasciate dalle asce di pietra levigate e dagli altri strumenti litici. 

A cinque anni di distanza, una nuova sensazionale scoperta: una seconda piroga è stata rinvenuta a poca distanza dalla prima, datata agli inizi del VI millennio a.C.  e poi altre tre. Le ultime piroghe risalgono a un periodo compreso tra il 5.700 e il 5.100 a.C. e rappresentano gli esempi più antichi di imbarcazioni del Mediterraneo, il tipo più primitivo, originario delle Antille ma poi diffuso anche tra altre popolazioni indigene di vari continenti.

Gli studi hanno dimostrato che tali imbarcazioni sono state realizzate con quattro diversi tipi di tronchi e con tecniche costruttive abbastanza avanzate per l’epoca, come i rinforzi trasversali, cioè travi di legno arcuate disposte perpendicolarmente che servivano a conferire maggiore stabilità alla barca. A una delle piroghe sono stati associati tre oggetti di legno a forma di T, ciascuno con una serie di fori che servivano per fissare funi legate a vele o altri elementi nautici. Tutto ciò indica che si trattava di imbarcazioni idonee alla navigazione nel lago ma anche in mare, specialmente le più grandi, la cui costruzione richiedeva un’ampia conoscenza della progettazione strutturale e delle proprietà del legno, e una certa capacità pratica delle popolazioni.

Il sito ha restituito anche testimonianze delle pratiche di culto, come la splendida statuina femminile, scoperta nel 2000, scolpita in un piccolo blocchetto di steatite verde, probabilmente ricavato da un ciottolo di origine vulcanica, che riproduce una figura femminile a tutto tondo in posizione seduta, con una estrema accuratezza dei dettagli. La testa vista di profilo ha la forma conica, senza dettagli del viso, con la capigliatura raccolta in una specie di cappuccio oblungo che ricade sulle spalle; il collo ha inciso un profondo solco tra la testa e le spalle, forse perché, tramite una cordicella, poteva essere usato come pendente. La pancia, i fianchi e le cosce sono particolarmente voluminosi; sul ventre sono ben segnalati l’ombelico ed il pube che ha una forma triangolare. Le braccia sono tornite, ripiegate a sostenere i seni voluminosi e pendenti.

La statuina è stata ritrovata all’interno del villaggio, al di sotto del pavimento di una costruzione rettangolare, diversa dalle altre costruzioni dello stesso villaggio, individuata come luogo sacro, per uso religioso; al suo interno, nella stessa zona, sono stati trovati frammenti di ocra, mucchietti di semi carbonizzati vicini ad un focolare, ossa di ovicaprini decorate, vasi e ciotole dipinte, tutti elementi che rimandano a pratiche rituali tipiche del culto neolitico della “dea madre”. Il gesto di inserire una statuina femminile nelle fondazioni di alcune abitazioni lo si ritrova nei riti praticati tra il VII ed il V millennio a.C. dalle prime comunità di agricoltori del vicino Oriente, della Tessaglia e delle aree danubiano-balcaniche, come rito propiziatorio verso gli abitanti della casa o del villaggio.

Altri abitati su capanne sono stati individuati in numerosi luoghi lungo le sponde del lago di Bracciano, in località Vicarello, in via della Sposetta (Lungolago Argenti). Non è ancora certo il motivo per cui i siti abitati tra il 5690 ed il 5260 avanti Cristo. furono abbandonati, probabilmente per il graduale mutamento delle condizioni climatiche. Essi si aggiungono a diversi siti preistorici del territorio come quelli della grotta Patrizi al Sasso (conosciuta in epoca medievale come la grotta dei serpenti), di Monte Sant’Angelo, di Monte la Rocca e la greppa dei falchi a Monterano.

Tutti i reperti ritrovati nel sito La Marmotta si trovano ora al Museo Preistorico Pigorini di Roma e rappresentano un vero e proprio unicum espositivo e una grande risorsa di studio. Utilizzando analisi all’avanguardia e multidisciplinari, i ritrovamenti permettono di approfondire le attuali conoscenze scientifiche e riscrivono il nostro immaginario collettivo riguardo alle popolazioni preistoriche, ne sottolineano l’importanza. Un vero e proprio tesoro che può arricchire l’offerta culturale e turistica del territorio anche per un pubblico non specializzato che, tuttavia, ha sempre più fame di Storia.

*Fiorella Franchini, giornalista

Fiorella Franchini